Ma più dell’assenza (im)materiale, si ha la sensazione che l’essere umano sia giunto a negarne la presenza al fine di poterli agevolmente superare. Il progresso tecnologico ha permesso alle persone di abbracciare una libertà che sembra non avere più confini. “E’ soprattutto il rifiuto dei limiti sociali espressi dalla morale o dai codici di comportamento a favorire lo sviluppo dell’atteggiamento narcisistico”. Sono parole dello psicoanalista Alexander Lowen, che, con il suo saggio “Il narcisismo – l’identità negata” (edizione Feltrinelli), ha posto l’accento su quello che viene considerato uno dei grandi mali dell’uomo contemporaneo.
I social network hanno amplificato la manipolazione che il soggetto è capace di compiere su se stesso e sugli altri. L’apparenza ha così preso il sopravvento, fino a scalzare da ogni comportamento l’aggettivo intollerabile. Le immagini del sé narcisista sono ormai di uso comune grazie a Facebook, ma soprattutto ad Instagram, una sorta di “falò della vanità”, dove ciò che conta è unicamente la rappresentazione del soggetto al di là di ogni verità e di ogni conseguenza che ne possa derivare.
L’espressione massima del narcisismo è il selfie, l’autoscatto che ciascuno può compiere in ogni momento e in ogni luogo: comunicare la presenza, il sorriso come emblema di beatitudine, la forza. L’essere. Perché la forma è diventata il contenuto di ciascuno. E poco importa se il contesto è il meno adatto per immortalarsi: conta la divulgazione. La fotografia non è più un ricordo da custodire a futura memoria. Essa è ciò che va diffuso di noi. Si domanda Lowen: “si può essere un modello ed essere ancora veramente vivo?” nel capitolo L’irrealtà del nostro tempo.
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